La vita dentro la miniera


La figura del minatore, attraverso la storia, ha subito cambiamenti radicali, legati all’evoluzione delle tecniche estrattive.
Nelle miniere antiche si lavora seguendo il filone, in vuoti dallo sviluppo prevalentemente verticale.
Le attività che si svolgono in sotterraneo sono l’abbattimento, una prima cernita del minerale dallo sterile e il trasporto del materiale a bocca di miniera. In superficie seguono frantumazione e cernita. Per lo svolgimento di queste funzioni non è necessaria una elevata specializzazione del minatore e la suddivisione del lavoro è limitata.
Al contrario, in una miniera moderna, assistiamo ad una complessa divisione del lavoro, con specializzazione del singolo operatore.
Servizi interni ed esterni contano ora varie figure professionali ad elevata specializzazione che necessitano di un’adeguata organizzazione in compagnie e squadre responsabili della produzione.
Luciano Bianciardi e Carlo Cassola pubblicano nel 1956 “I minatori della Maremma”. Con stile asciutto (“I minatori sono gente assai parca nel parlare. Di sè, della propria vita, dicono pochissimo…), il volume schematizza le trasformazioni, legate alla miniera, che modificano paesaggio, storia, economia e popolazione della Maremma a partire dalla fine dell’Ottocento. Così descrivono l’organizzazione del lavoro in minera:
“In tutte le miniere il lavoro è continuativo, con tre turni di otto ore ciascuno. La domenica e gli altri giorni festivi lavorano solo gli addetti alle manutenzioni indispensabili.
Il gruppo minimo è la compagnia, composta di due soli operai, il minatore e l’aiuto minatore. Un gruppo di compagnie, in generale dieci, è sorvegliato da un caporale (nel gergo di miniera si dice sorvegliante). Di solito il caporale è un operaio anziano, promosso a quel grado per qualità di provata esperienza […] Le miniere più grandi hanno inoltre i caporalmaggiori, ciascuno preposto a un gruppo di cinque caporali, con il controllo quindi di una cinquantina di compagnie.”
L’ottimizzazione del processo arriva a un’organizzazione “scientifica” del lavoro in miniera che prevede operazioni ripetute e cronometraggi. Cassola e Bianciardi descrivono così la reazione dei minatori a queste innovazioni: “Verso la metà del 1930 la Montecatini decise di introdurre il sistema Bedaux nelle sue miniere di Maremma. Il sistema Bedaux è una specie di metodo Taylor applicato al lavoro di miniera. Ogni operazione lavorativa viene analizzata e cronometrata: si stabilisce in questo modo un minutissimo sistema di punteggio corrispondente a una giornata lavorativa media. Fissato un minimo di punti, le differenze in più o in meno si traducono in aumenti o in decurtazioni salariali. Questa novità non piacque ai minatori fin dall’inizio. Le operazioni di rilevazioni dei tempi vennero eseguite senza avvertire prima gli operai del motivo per cui si facevano: la presenza in galleria di due ingegneri, seduti in silenzio con gli occhi sui cronometri, stimolò gli operai a una sorta di gara di velocità, contro quello che sarebbe stato il loro più elementare interesse. Inoltre i calcoli complicati sono facili a suscitare, se non la frode, il sospetto di essa. Nei due anni che durò il Bedaux, nessun operaio riuscì a capir qualcosa nel foglio paga. Nemmeno l’apposito cartellone, che appeso agl’imbocchi delle discenderie o dei pozzi informava ciascun minatore del guadagno realizzato il giorno prima, riusciva a essere illuminante.”
Non tutti i tecnici che vivono questa fase di sviluppo della miniera moderna sono favorevoli ad assorbire metodi e tempi dalla fabbrica; per esempio, l’ingegnere Luigi Gerbella, direttore del distretto minerario di Firenze e autore di un importante trattato di arte mineraria, nel 1956 afferma che “…nelle miniere, per la natura stessa dei lavori di abbattimento, di armatura ecc. che variano da cantiere a cantiere, ed anche da punto a punto nello stesso cantiere, una larga iniziativa è sempre necessariamente lasciata agli operai;[…] la routine è un ostacolo grave al progresso.”
Responsabilità e professionalità (capo turno, sorveglianti, armatori, carichini ecc.) si traducono in stipendi diversificati. Il minatore viene assunto a contratto, a cottimo, a cottimo a premio crescente. Nella tragicità della vita quotidiana, il minatore che lavora in sotterraneo appare come un “nababbo” rispetto ai lavoratori esterni. A riguardo Cassola e Bianciardi commentano: “Lo stacco fra minatori e contadini a Prata è più netto che altrove. I contadini sostengono che i minatori guadagnano troppo e hanno un sacco di pretese, che vogliono mangiare carne tutti giorni.”
Ma, nella mente del minatore la miniera non è organizzazione e ricchezza bensì fatica e sofferenza; stillicidi di acqua, polverosità, umido e caldo accompagnano questo ambiente di lavoro. Il minatore si deve difendere, utilizzando tute, stivali, caschi e respiratori.
La miniera è causa di malattie professionali come la pneumoconiosi; questa assume forme diverse che prendono nome dal minerale che ha originato la polvere; per esempio silicosi (silice), siderosi (ferro), antracosi (carbone) e calicosi (calcare).
Il progresso socioeconomico e tecnologico ha creato condizioni di lavoro migliori per i minatori potenziando i sistemi di ventilazione, silenziando i macchinari e allontanando il minatore dai fronti di escavazione e dai macchinari stessi con l’introduzione del comando a distanza.