L’origine dei Gheradeschi, famiglia comitale di Volterra, può essere ricondotta ad un conte Rodolfo (figlio di Gherardo e fratello di Tedice) che nel 967 partecipava ad un placito presso Montevoltraio presieduto dal marchese Oberto, di fronte all’imperatore Ottone I. Sappiamo inoltre che tra 972 e 976 Rodolfo possedeva beni fondiari in Val d’Era sino ai confini con la Val di Merse, dove i suoi eredi dovettero espandersi negli anni di poco successivi, come sembrano mostrare due documenti del 996 e 1004. Il primo riguarda la cessione, da parte della contessa Willa in favore della chiesa volterrana, di alcune unità agricole prossime alla curtis vescovile di San Magno, nell’estrema porzione nord occidentale dell’odierno comune di Chiusdino. Il secondo attesta la dotazione di diciotto castelli e nove chiese nella Toscana occidentale e meridionale, tra cui cinque località del chiusdinese, decisa dai signori in favore dell’abbazia benedettina, da essi fondata all’interno del castello di Serena.
Con la cessione del 996, i Gherardeschi inaugurano una strategia patrimoniale mirata a concentrarsi su spazi compatti e svincolati dalla presenza scomoda di altri poteri (si ritirano infatti dall’area d’influenza vescovile) e soprattutto a controllare un territorio particolare come l’Alta Val di Merse. Posta a confine fra le diocesi di Siena e di Volterra, circondata da poteri forti quali il Vescovo di Volterra, gli Aldobrandeschi (presenti negli attuali comuni di Murlo e Monticiano) ed il Vescovo senese, l’area si caratterizzava per essere attraversata da importanti direttrici viarie, per la sua adiacenza a giacimenti minerari notevoli, che in parte la toccavano.
L’elenco di località contenuto nell’atto del 1004 attesta infatti quattro castelli ed una chiesa, la cui disposizione in punti strategici del territorio chiusdinese manifesta le scelte politico-economiche della famiglia. I castelli di Serena, Miranduolo e Sovioli dominavano la zona prossima alle Colline Metallifere, disponendosi lungo la viabilità massetana. Il castello di Frosini, in posizione isolata, si collocava sul limite delle pertinenze castrensi di Montarrenti ed interfacciava le Diocesi di Siena e Volterra; controllava inoltre la viabilità proveniente dalla Val d’Elsa nell’immissione con la direttrice maremmana. Con la fondazione dell’abbazia benedettina a Serena, e la conseguente dotazione in suo favore di tutti i loro beni, Willa e Gherardo compiono poi un’atto finalizzato a stabilizzare e rafforzare definitivamente la presenza del gruppo familiare in quest’area, giudicata centrale nell’ambito della loro politica patrimoniale: si costituisce un ente religioso a cui poter affidare i propri beni, stabilendo così un vincolo sia per la compattezza della casata sia per salvaguardare l’integrità del patrimonio.
Nei primi anni del Mille viene così tracciato un assetto territoriale mantenutosi inalterato sino agli inizi del XII secolo; le problematiche legate a questa fase cruciale della storia insediativa riguardano essenzialmente la natura delle forme di potere e di controllo della produzione e del popolamento legate ai Gherardeschi dalla seconda metà del X secolo. I castelli di Miranduolo, Serena, Sovioli e Frosini, centri di organismi curtensi (sono infatti definiti ognuno castrum cum curte), per la precoce attestazione potrebbero originare dalla fortificazione di un nucleo insediativo presistente. Serena sembra poi rivelarsi, con la presenza di una casa donnicata, centro domocoltile; ovvero sede delle strutture e degli annessi pertinenti ad un nucleo aziendale amministrato direttamente dal proprietario.
Queste curtes, che ritroviamo incastellate già nei primi documenti disponibili, quando e come sono state costituite? E, se i Gherardeschi rappresentano un gruppo dinastico formatosi solo a partire dalla seconda metà del X secolo, da chi hanno ereditato od a chi sono subentrati per tali proprietà? Ed infine, i territori di pertinenza della rete dei castelli documentati fra XI e XII secolo, se la nostra ipotesi "continuista" risulta fondata, ripercorrevano l’estensione territoriale delle curtes o ci furono cambiamenti? Il problema non è di poco conto, poiché intorno a tale serie di interrogativi ruotano i nodi da sciogliere per tracciare una storia del popolamento e delle forme insediative dell’Alta Val di Merse fra altomedioevo e secoli centrali; e soprattutto per comprendere la formazione del patrimonio fondiario su cui s’innestò la signoria territoriale.
Per dare un aspetto "spaziale" alla rete dei castelli gherardeschi, abbiamo deciso di costruire un modello dimensionale dei loro distretti, ricorrendo all’applicazione dei poligoni di Thiessen (intesi come territorio teorico di pertinenza). Per diminuire il rischio di misure falsate, sono stati presi in considerazione tutti i castelli in vita fra XI e XII secolo compresi nella fascia degli attuali comuni di Chiusdino, Roccastrada, Montieri, Monticiano, Sovicille, Radicondoli e Casole d'Elsa e la maglia ottenuta mostra una serie di territori con dimensioni variabili (dai 36 kmq ai 7 kmq). Ai castelli gherardeschi, posti ad una distanza variabile fra i 3-3,5 Km, si legano distretti estesi mediamente 21 kmq, che investono tre quarti circa dell’Alta Val di Merse; definiscono così un progetto di dominio territoriale attraverso la fondazione di un "gruppo" organico di centri fortificati.
Nel caso di Miranduolo, il poligono delimita un territorio di circa 16 Kmq e racchiude tutte quelle località indicate nelle fonti documentarie di metà XIII secolo come confini del suo comprensorio od in esso inserite; tra esse i giacimenti argentiferi del «Monte Beccaio», toponimo scomparso rintracciato sulla base della cartografia leopoldina nei pressi della località Cusa, nell’area di Boccheggiano. Il castello stesso è posto all’interno di due anomalie minerarie, lungo le quali la ricognizione di superficie ha individuato tracce di sfruttamento: una piccola miniera a solfuri misti ai piedi dell’insediamento, un probabile pozzo di risalita del minerale allineato con la galleria ed un impianto per la riduzione del ferro riferibili, per caratteristiche tecniche, alla fase di vita del castello.
Miranduolo possiede quindi una vocazione mineraria, ma non sembra avere dominato una risorsa massiccia, tale da farlo proporre come esempio di "villaggio-fabbrica" . Lo sfruttamento dei giacimenti può aver rappresentato una delle motivazioni alla base della decisione di incastellare, ma non l’unica. La scelta stessa del sito riflette forme gestionali in realtà di tipo promiscuo, sulla cui natura potrebbero avere influito condizioni preesistenti (una organizzazione del lavoro di tipo rurale legata alla presenza di una curtis) e nuove esigenze come il bisogno di imporre un controllo indiretto sui ben più rilevanti depositi montierini, nonchè la necessità di radicarsi in uno spazio nodale per il flusso viario e per l’economia della Toscana meridionale. L'elaborazione dei dati permette di tratteggiare con un buon grado di attendibilità il tipo di economia mista, in atto nel distretto tra XI e XIII secolo. A nord ovest, distanti circa 50-60 m. dal castello, su spazi pianeggianti, il terreno veniva sfruttato ad uso agricolo. Le aree boschive a nord est e sud dovevano essere destinate ad attività silvo-pastorali. La zona centrale, un'area di circa 200 ettari potenziali, doveva invece essere legata allo sfruttamento dell'anomalia mineraria (estraibili limonite, blenda, calcopirite e galena) e una delle località di lavorazione era posta nella collina del Castelluccio in un raggio di 1300 m. in linea d'aria e facilmente raggiungibile a piedi dai lavoranti residenti nel castello. Venivano infine sfruttate le miniere d'argento di Cusa, anch'esse non difficilmente raggiungibili, in direzione sud, entro un raggio di 2300 m.
A partire dalla metà dell’XI secolo, la chiesa volterrana intraprende una serie di interventi nella Val di Merse mirati ad espandersi sui centri limitrofi alle Colline Metallifere, con l’obiettivo di consolidare la propria posizione nel controllo delle risorse minerarie: a tal fine, assume i diritti sul castello di Monticiano e rileva, o fonda, quello di Luriano. L’egemonia dei Gherardeschi sul territorio chiusdinese inizia ad entrare in crisi nei primi decenni del XII secolo, di fronte ad un accrescimento delle mire territoriali vescovili sfociate poi in un violento conflitto, conclusosi in favore del presule, che provoca la distruzione di Serena e danni notevoli a Miranduolo. L’accanimento con cui si procede contro i due centri conferma il loro ruolo centrale nel sistema di potere gherardesco. La pace, redatta nel 1133, prevedeva condizioni molto dure per gli sconfitti. I castelli di Frosini e Chiusdino (attestato qui per la prima volta) entrarono nel patrimonio dell’avversario mentre Serena, ridotto ad un cumulo di rovine, non fu più ricostruito. Gli sopravviverà per oltre due secoli l’abbazia, con un progressivo desautoramento sia come ente religioso sia come centro economico; privata della protezione del castello, la comunità monastica sarà costretta in breve tempo a rifugiarsi all’interno delle mura di Chiusdino. Le clausole della pace riservano ai signori la completa autonomia sul castello di Miranduolo, evidentemente così compromesso nel conflitto da non rappresentare una potenziale base di ripresa per la loro autorità; stupisce altrimenti la concessione fatta all’unico centro direttamente coinvolto nei processi produttivi e più avanzato rispetto al territorio montierino.
Il vuoto documentario per il periodo che va dalla fine del conflitto alla metà del Duecento (data in cui riprende la documentazione scritta con una serie di contratti di vendita relativi al castello) condiziona la possibilità di ricostruire le vicende del centro e gli interventi sulla struttura per oltre un secolo. Nel 1257, il conte Tedice rinuncia alle sue quote su Miranduolo, vendendo alla famiglia Cantoni di Montieri i propri diritti sul "castellare di Miranduolo", e dopo breve le proprietà passeranno alla famiglia Broccardi. Nel 1336-1337 Miranduolo, ormai divenuto podere, passerà alla comunità di Montieri.

