Il castello tra X e XI secolo
Con la seconda metà del X secolo l’area sommitale subì una nuova fase edilizia; l’intera collina mostra i resti di un incendio che costrinse alla ricostruzione di una parte del villaggio e soprattutto della zona di pertinenza diretta della famiglia dominante.
Tali attività coincisero con l’incastellamento del poggio, sul quale furono riprogettate soprattutto le fortificazioni.
Non ci furono comunque altri nuovi e grandi stravolgimenti topografici; le forme date agli spazi in età franca condizionarono l’evoluzione dell’insediamento a lungo. Per esempio negli ultimi decenni X e metà XI secolo, per trasformare l’area sommitale in un complesso con difese rinforzate, definito castello dalle fonti scritte, vennero ingaggiate probabilmente delle maestranze che furono in grado di costruire elevati difensivi di una nuova tipologia ed approntare macchinari particolari a tal fine. La palizzata di sommità fu sostituita da una cortina difensiva con zoccolo in muratura, sulla quale si impostavano una serie di pali a formare l'armatura per gli elevati in terra, ewricoperti da uno spesso strato di intonaco a base di calce. Il basamento presenta una tecnica costruttiva piuttosto omogenea e costituito da pietrame di calcare spaccato di dimensioni medie e medio-piccole, messe in opera in modo piuttosto irregolare. Questo stesso tipo di tecnica andò a caratterizzare anche le abitazioni sia della zona sommitale sia della parte affidata alle famiglie contadine. L’unica vera trasformazione che si manifestò sulla collina fu l’apertura di una serie di fronti di cava, che caratterizzarono gran parte del versante ovest, sfruttati per procurarsi il materiale da costruzione.
La palizzata fu quindi sostituita da un muro di cinta in materiali misti che ne ripercorreva quasi fedelmente l’andamento: copre, e talvolta taglia, alcuni suoi tratti soprattutto sui versanti nord ed ovest. La muratura era realizzata in pietre spaccate e sbozzate di calcare cavernoso poste in opera su filari di orizzontamento, legante tenace di colore giallo composto da sabbie fini e calce; su questo zoccolo in pietra venne poi innalzato un elevato in terra pressata, mista a pali e pietrisco, i cui resti sono stati rinvenuti in forma di blocchi compatti crollati in corrispondenza del secondo terrazzo nord.
La cronologia, oltre che per la successione riconosciuta tra le fortificazioni e per la tecnica costruttiva, viene supportata dalle analisi al radiocarbonio svolte su uno strato di interfaccia tra l’abbandono delle strutture difensive della curtis e l'impianto delle nuove fortificazioni: 978±36.
La sequenza, incendio della curtis-costruzione del castello, può essere interpretata come una coincidenza casuale? Oppure potrebbe indicare un’azione di forza dei Gherardeschi che inglobarono il villaggio nel proprio patrimonio e lo ricostruirono sotto forma di castello?
Non è possibile scegliere per una delle due ipotesi, anche se le vicende del gruppo parentale evidenzierebbero indirettamente alcuni elementi a sostegno della seconda.
Sappiamo infatti che tra 972 e 976 il conte Rodolfo, primo esponente noto della famiglia, possedeva beni fondiari in Val d’Era sino ai confini con la Val di Merse, dove i suoi eredi dovettero espandersi negli anni di poco successivi, come sembrano certificare un documento del 996 nonchè la ben nota fondazione del monastero di Serena del 1004.
Qualunque sia la spiegazione, tali eventi inseriscono Miranduolo fra i casi di castelli scavati in Toscana che, dalla metà del X secolo, furono impiantati in coincidenza di realtà insediative già esistenti: siti di successo ed aziende produttive, spesso riconoscibili come curtes o come il loro nucleo centrale.
Sostanzialmente, non ci furono stravolgimenti nell’articolazione urbanistica della collina, tantochè il confine materiale fra villaggio-centro curtense e castello risulta molto labile.
La costituzione del castrum non portò ad una riprogettazione insediativa, si conformò invece alle caratteristiche del contesto preesistente; con la prima menzione nelle carte d’archivio, prova certa dell’avvenuta acquisizione di Miranduolo fra i possessi dei Gherardeschi, l’insediamento era ancora esteso circa mezzo ettaro e la parte fortificata aderiva fedelmente al perimetro in precedenza recinto dalla palizzata, conservava la distinzione fra la sommità della collina, demarcata dalla presenza dei due fossati artificiali, e la parte restante del poggio; sia il nucleo direzionale dell’azienda sia il castello avevano dimensioni di 750 mq circa.
Tutto ciò fa pensare che il castello non rappresentava ancora l'entità principale di identificazione della proprietà mentre la curtis, continuava a connotarsi come realtà forte e preponderante; il nuovo Miranduolo proponeva caratteristiche, vocazione economica ed organizzazione urbanistica come il precedente.
Il cambiamento, dal punto di vista topografico, non fu infatti significativo; si osserva la stessa articolazione degli spazi, uguale destinazione di uso degli edifici ed una serie di magazzini ancora collocati sui terrazzi settentrionali: indizio di una gestione della terra che non aveva avuto trasformazioni e di un ruolo economico della parte sommitale rimasto inalterato.
Al tempo stesso i versanti meridionali della collina, che avevano rappresentato l’area del massaricio, andarono sì a definirsi in età ottoniana come il borgo del castello ma l’unica novità riguardò solo alcuni elementi strutturali delle abitazioni (una diffusa presenza di coperture in lastre di calcare scistoso ed alcuni casi di fondazioni in pezzame di pietra) e non la loro collocazione ed estensione: le capanne furono ricostruite sopra le precedenti, per lo più ricalcando gli stessi spazi.
In definitiva, quest’evoluzione non sembra attestare l’immediata assunzione di un dominatus loci e la patrimonializzazione di diritti pubblici.
Lo scavo mostra come, dal punto di vista urbanistico e materiale e da quello delle specificità economiche già connaturate al villaggio (il controllo di produzione e persone), la trasformazione fu sostanzialmente di poco conto: pare trattarsi sempre e soprattutto di un’azienda rurale.
Il passaggio curtis-castello non venne probabilmente neppure percepito dalla popolazione del villaggio, la quale continuava a vedere gli spazi di residenza padronale racchiusi da fortificazioni in materiali deperibili e che con il signore continuava ad avere lo stesso rapporto di dipendenza, versare le stesse corresponsioni e onorare gli stessi obblighi collegati al suo ruolo di possidente.

