Il castello tra XI e XIII secolo

Ipotesi ricostruttiva del castello di XII secolo

In coincidenza della prima attestazione nelle carte d’archivio, prova certa dell’acquisizione di Miranduolo fra i possessi dei Gherardeschi, l’insediamento mostra alcune trasformazioni ascrivibili tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo.

Il Miranduolo citato nella carta del 1004 (Muratori L.A., Antiquitates Italiae Medii Aevi, 6 voll., Milano 1738-1742; 1745, t. III, pp. 1067-1068), sembra essere stato ancora un piccolo nucleo di circa 750 mq, che in parte si rinnova ed in parte riutilizza strutture difensive di origine altomedievale.
Occupava ancora gli spazi che in precedenza erano difesi dalla palizzata e conservava la distinzione fra la sommità della collina, demarcata dalla presenza dei due fossati artificiali, e la parte restante del poggio.
Lo scavo evidenzia comunque un primo cambiamento legato alla presenza dei conti, che sembrano voler imprimere subito un segno tangibile del loro ruolo istituzionale e sociale, riconoscibile in due significativi interventi edilizi.

Venne innalzata una nuova cinta muraria, ripercorrendo l’andamento di quella già esistente e usandone le rasature alla stregua di fondazione.
Inoltre il grande edificio centrale in materiali misti, posto sulla sommità della collina venne sostituito da una vera e propria residenza signorile in pietra, della quale rimane traccia nel lato est del grande palazzo più tardo.

Il muro individuato (riutilizzato come fondazione) apparteneva ad una struttura di notevoli dimensioni, della quale non possiamo ancora fornire una descrizione completa; le misure del tratto superstite lasciano ipotizzare una pianta originaria del tutto simile a quella rilevata nell’ultima realizzazione della residenza ed un probabile spazio occupato di 116 mq.
Si tratta di un primo ed imponente palazzo, probabilmente innalzato su almeno due piani; la sua cronologia di fondazione è molto anticipata rispetto ad altri esempi toscani, datati dagli archeologi a partire dalla metà del XII secolo (fra i più noti, Rocca di Campiglia, Selvena, Castel di Pietra, Montemassi, Montarrenti).
Si tratterebbe quindi di una precoce attestazione che, peraltro, rappresenta sino ad oggi il caso più antico registrato in Toscana. La sua costruzione ed il suo dimensionamento trovano una giustificazione nel ruolo rivestito da Miranduolo in questi anni nella politica territoriale dei Gherardeschi e nell’essere una delle loro residenze privilegiate.
Insieme ad altri centri (Serena, Sovioli, Frosini) costituiva uno dei perni del dominio territoriale della casata in Val di Merse ed in quest’ottica potrebbe spiegarsi la volontà signorile di impiantare strutture rappresentative del loro potere: volontà espressa anche dalla fondazione di un’abbazia all’interno del castello di Serena.

Al momento non sono stati individuati i resti e le stratigrafie della chiesa intitolata a San Michele attestata sino dalla donazione del 1004; la sua presenza e la sua origine, che verificheremo nelle prossime campagne di scavo, sembrano in prospettiva da ricondurre ad una cappella privata, constatate per questa fase le dimensioni ridotte del castello e la sua natura: poco più di una imponente residenza fortificata.

Tra la fine dell'XI e gli inizi del XII secolo, Miranduolo fu soggetto ad una nuova stagione cantieristica, finalizzata soprattutto ad un miglioramento qualitativo delle strutture in esso presenti e ad un ampliamento dello spazio fortificato sino ad inglobare il borgo. Il circuito murario si sviluppò ora a cingere l’abitato già presente negli spazi esterni alla sommità, raggiungendo un’estensione di quasi mezzo ettaro; del nuovo circuito non rimangono che poche tracce poiché venne distrutto e poi ricostruito successivamente ripercorrendone l’andamento.

Il fossato ovest venne chiuso all’interno delle mura ma continuava a distinguere il borgo, sovrastato da una grande platea antistante il palazzo, e gli spazi sommitali rappresentavano ormai un cassero.

Oltre all’innalzamente delle nuove mura, si decise di ristrutturare il grande palazzo.
Le dimensioni rimasero simili (12,30 x 9,50 m), i muri vennero ricostruiti più larghi (1,70 m di spessore), gli elevati non raggiunsero un’altezza inferiore ai 7 m circa, come rivelano le monumentali pareti crollate e conservate ancora in situ per una lunghezza variabile fra i 5-6 m. I piani dovevano essere tre, ciascuno dei quali con uno spazio abitativo calcolabile in 60 mq circa. Furono aperte due porte; la più piccola (con una luce di circa 1m) si affacciava, in posizione dominante, sul terrazzo artificiale nord, mentre quella principale, sul lato ovest, dava accesso ad un’area aperta in terra battuta, larga circa 6,50 m.
Qui doveva esistere un passaggio verso gli spazi sud della collina, tipo ponte in legno gettato al di là del fossato.

Ai piedi del palazzo, verso sud ed inserita nel circuito murario, fu costruita una torre in pietra, con dimensioni pari a 3,50 x 3,30 m.

Sul lato opposto un edificio quadrangolare, anch’esso addossato alla cortina difensiva, ed una cisterna rettangolare coperta con volta a botte, completavano la nuova urbanistica del cassero.
 
L’ultimo grande cambiamento destinato a trasformare l’aspetto del centro fu senza dubbio tra la seconda metà dell’XI e la prima metà del XII secolo, con la riprogettazione e la riedificazione del castello interamente in pietra. Si trattò di un grande cantiere che vide effettuarsi gli ultimi veri stravolgimenti del rilievo, agendo sulla sommità e sul versante ovest in coincidenza della collocazione della porta di accesso alla cinta muraria. Qui i lavori furono notevolissimi e si articolarono sia in attività di ulteriore escavazione della roccia sia in riempimenti imponenti per erigere nuove strutture. Cambiò l’aspetto dell’insediamento; non più una divisione tra uno spazio fortificato di pertinenza signorile e zone deputate alle famiglie contadine, bensì fu edificata una cinta muraria che chiudeva l’intero poggio, passando, come punto estremo in coincidenza della seconda palizzata in uso nel IX secolo. Per la costruzione della cinta furono sicuramente ampliati i fronti di cava della zona ovest della collina ed inoltre si sottopose ad una profonda escavazione il terrazzamento esterno alla cinta; la finalità fu ottenere un lungo corridoio che fungeva da strada di accesso al castello ed all’inizio del quale fu aperta una porta monumentale preceduta da una scalinata probabilmente coperta. Inoltre venne rialzato fortemente il terreno attraverso gli scarichi di cantiere e gettate di pietra e pietrisco, raggiungendo una quota di 3,50 m circa. Su tale spalto fu probabilmente eretta una torre quadrangolare di guardia che lo scavo sta iniziando a rivelare. In coincidenza dei fronti di cava si scelse lo spazio per edificare una chiesa monoabsidata (dimensioni 13 x 7 m), in asse con la porta e con un vasto spiazzo (una platea) privo di costruzioni che costituiva una sorta di zona di rispetto prima dell’area sommitale. Anche quest’ultima vide l’attuazione di grandi cambiamenti e rialzamenti del terreno per l’edificazione di una torre difensiva, una grande cisterna e soprattutto di un enorme palazzo di almeno tre piani. I due fossati continuarono a fungere da limite e difesa.
Nell’insieme delle operazioni si osserva chiaramente, ancora, l’attuazione di un serio progetto teso a trasformare la natura dell’insediamento (conseguentemente la sua topografia e morfologia). L’impiego di manodopera specializzata dovette essere massiccio ed il risultato si materializzò in quella che sembra una raffigurazione del potere dei conti Gherardeschi. La loro impronta era immediatamente riconoscibile da chiunque arrivasse al castello, attraversando le zone rurali sfruttate sino dall’alto medioevo e quei versanti terrazzati, ora esterni alle mura, che dovevano essere stati abitati sino alla edificazione del castello a materiali misti. Chi arrivava dopo aver percorso una sentieristica faticosa ed in salita, si trovava di fronte a mura imponenti, rinforzate da un grande torrione quadrangolare affiancato alla porta; per guadagnare l’accesso si doveva passare in una strettoia scavata nella roccia ed alla vista non compariva l’intero insediamento; bensì, per le scelte topografiche effettuate, la visuale era costituita dalla porta, dalla chiesa ed alle loro spalle dal palazzo e dalla torre sul suo lato sud est. Una grande rappresentazione visiva della presenza e del ruolo gherardesco su questo villaggio e nel territorio dell’alta Val di Merse.
 
In questa fase, il castello raggiunge la sua massima estensione ed evolve da residenza fortificata a villaggio fortificato.
La riprogettazione dell’insediamento attesta che, nello spazio di un secolo circa, i Gherardeschi avevano decisamente consolidato il proprio potere nella zona e testimonia come il processo di territorializzazione della loro signoria fosse ormai un fatto compiuto.

Il segno forte del passaggio dalla signoria fondiaria a quella territoriale si osserva così nel nuovo sviluppo urbanistico tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo; la casata decide di adeguare Miranduolo al nuovo status da essa definitivamente raggiunto, rafforzandosi anche nell’ottica di uno scontro che si faceva sempre più probabile con il vescovo volterrano, in questi decenni nuovamente attivo nella Val di Merse e sempre più minaccioso.
I conti, inserendosi in un trend riscontrato peraltro in tutta la Toscana dei secoli centrali del medioevo, danno quindi avvio ad una fase di ristrutturazione del castello, per la quale dovettero essere ingaggiate maestranze specializzate.
Le caratteristiche delle murature riscontrate nel palazzo e nella torre fa pensare infatti all’operato di un unico cantiere; in particolare l’uniformità della tecnica costruttiva e l’accuratezza della lavorazione del materiale lapideo segnala l’impiego di scalpellini.

Miranduolo, pochi decenni dopo, si trovò, come tutti i castelli gherardeschi in Val di Merse, al centro dello scontro con l’episcopio volterrano.
Dopo la guerra, combattuta fra 1125 e 1133 nella quale riportò gravi danneggiamenti, il nucleo fu per alcuni decenni oggetto di un continuo alternarsi di diritti fra il presule volterrano e gli stessi conti, intenzionati fra l’altro a mediare un ingresso del Comune di Siena; sembra comunque decadere e probabilmente questa stessa incertezza non rendeva conveniente una sua riedificazione.

Il lungo stato di degrado viene ancora attestato da una carta del 1193 in cui il vescovo, perdente nella disputa in merito alla legittimità dei diritti signorili sulla struttura, autorizza i conti a ricostruire, qualora lo vogliano (Schneider F., Regestum Senense, Regesten der Urkunden von Siena, I, 713-1235, Roma1911, n.364, pp.143-144). Il castello aveva quindi subito un pesante assedio, confermato anche dall’indagine archeologica.
Le milizie volterrane distrussero sicuramente gran parte delle difese e dovettero aprirsi la strada sino al cassero, abbattendone le mura e danneggiando il palazzo; gran parte dei crolli riempirono i due fossati artificiali.
Non sembra inoltre casuale la grande quantità di armi da tiro (punte di freccia e di lancia) raccolte sull’intera estensione dell’insediamento, durante la ripulitura delle strutture dalla vegetazione del sottobosco.

Miranduolo versò in stato di degrado per oltre sessant’anni; solo nei primi anni del XIII secolo, viene ricostruita la cinta castellana grazie all’impiego di maestranze locali o degli abitanti stessi; questo circuito rimane oggi visibile per circa 60 m lungo il lato meridionale della collina mentre è probabilmente dilavato il tracciato settentrionale.
L’attività edilizia post bellica sembra fermarsi qui.