L'insediamento altomedievale

Ipotesi ricostruttiva del villaggio altomedievale di metà IX secolo

Miranduolo era un castello appartenente alla famiglia dei Gherardeschi, attestato documentariamente dall’anno 1004, dove l’indagine arrivata già alla settima campagna ha rivelato tracce insediative risalenti almeno a tre secoli prima; rappresenta quindi uno dei contesti sviluppatisi durante la fase cruciale di affermazione delle economie locali.
Aveva dimensioni di poco superiori al mezzo ettaro, con una popolazione probabile intorno alle 150 persone, cifre che dovrebbero essere ritenute valide anche per l’occupazione altomedievale.
Si riconosce infatti su tutta la zona in corso di scavo l’esistenza di un villaggio di capanne oggetto di cambiamenti progressivi, culminanti con la costituzione di una signoria fondiaria.
Se sono ancora da definire meglio le fasi iniziali di stanziamento sulla collina e comprenderne la reale estensione, sembra però chiarirsi nettamente la natura dell'insediamento per i periodi carolingio ed ottoniano.

La periodizzazione che qui tratteremo trova appiglio nella selezione di oltre 50 campioni oggetto di analisi radiocarboniche svolte nei laboratori delle università di Utrecth, Napoli Federico II e Firenze in aggiunta allo studio dei materiali rinvenuti; tali combinazioni di dati fissano la frequentazione più antica della collina nel corso del VII secolo; il rinnovamento del villaggio intorno alla prima metà del IX secolo; la costruzione di edifici in materiali misti e del primo muro di cinta tra seconda metà e fine X secolo; il passaggio ad un’edilizia totalmente in pietra tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo.

Pur di fronte ad un numero di indizi significativi rintracciati in tutte le aree scavate, lo stanziamento più antico aveva apparentemente lasciato scarsi depositi a causa della serie di trasformazioni avvenute fra età carolingia e XIII secolo. Negli ultimi anni di scavo, grazie a zone caratterizzate da un alto tasso di conservazione dei depositi, i dati si sono accresciuti.
Allo stato attuale della ricerca, la collina, previo un generale disboscamento della superficie, sembra essere stata occupata attraverso operazioni di livellamento più o meno accentuate, adattandovi poi gli edifici abitativi e le strutture accessorie. Contrariamente a quanto si pensava in precedenza  è, costantemente, per l’intero alto medioevo, un esempio di insediamento “guidato” nella sua conformazione e vocazione produttiva. Già nella prima metà del VII secolo si distingue un villaggio disposto su versanti terrazzati dove furono edificate capanne seminterrate associate ad un vasta e completa zona destinata alla produzione di ferro, dalla frantumazione del minerale alla sua arrostitura sino alla fusione. Le strutture produttive, il controllo dell’attività di cavatura del minerale e la specializzazione metallurgica forniscono indizi sulla figura e sulle finalità di chi ne decise la nascita. Questo contesto pare così sorgere a seguito di un’iniziativa di tipo pubblico (probabilmente il gastaldo volterrano essendo il territorio compreso nella diocesi di questa città), indirizzando sulla collina famiglie contadine ma anche un numero non indifferente di specialisti nel cavare e fondere i minerali ferrosi presenti in una zona di alto potenziale come la Val di Merse. Venne dotato anche di una chiesa in legno, posta ai limiti di una grande platea appiattita, oggetto di una lunga continuità di uso e trasformazioni. Su tali spazi, infatti si susseguirono ben sei edifici religiosi, tre in legno e tre in muratura; questi ultimi sono ascrivibili tra X e XII secolo mentre la chiesa in legno più recente ha abside quadrato e data, sia per successione stratigrafica sia per rapporti spaziali sia per confronti sulla pianta, tra VIII e IX secolo; le due chiese più antiche, ambedue con abside semicircolare, sono quindi ascrivibili ad un periodo precedente ed è logico collocarle almeno nel corso dell’intero VII secolo e dell’VIII secolo, come peraltro altri confronti a vasto raggio possono confermare . La sua presenza iniziale, così come il rifacimento destinato ad aumentarne le dimensioni, sono un ulteriore e chiaro segno della posizione di prestigio della figura leader, in quanto espressione di una fisionomia di elevatezza sociale, di rango e di potere.
Nell’insieme, le scelte iniziali caratterizzarono non solo l’urbanistica del villaggio ma anche l’aspetto del circondario, generando un vero e proprio paesaggio minerario; sinora sono tre i punti di cavatura riconosciuti: una miniera a circa 200 m dall’insediamento individuata in ricognizione, un’area di sfruttamento a cielo aperto di filoni superficiali, infine una miniera posta a poche decine di metri dal villaggio stesso, riconosciuta dagli archeologi perchè sezionata in “orizzontale” quindi scoperchiata dalla realizzazione dei terrazzamenti che nel IX secolo ospitavano magazzini e fosse granarie legate al centro direzionale del villaggio.
La forza ed il controllo dei quali era capace il potere all’origine del villaggio risultano ben visibili nel carattere stesso dell’attività metallurgica; era infatti così importante che, individuato un filone di superficie interno all’area insediata, non si esitò a distruggere due capanne scavate nella roccia per sfruttarne le potenzialità: costituisce un segno forte della presenza di una volontà decisionale. Quella stessa figura dominante che pare perseguire l’estrazione e la riduzione del minerale per poi trasferire semilavorati od anche oggetti in altro luogo; in tal senso, un indizio chiaro è l’assenza di qualsiasi oggetto in metallo nell’insediamento.
Credo che nel caso di Miranduolo, un vero e proprio villaggio fabbrica fondato esplicitamente al centro di un territorio ad alto potenziale minerario, si possa iniziare a pensare alla loro collocazione in zone di carattere fiscale, gestite quindi dal potere pubblico e da esso conformate nella loro urbanistica e specializzazione economica. 
 
A Miranduolo, l’VIII secolo, una fase sinora schiacciata tra i depositi relativi alla fondazione e quelli legati alle grandi trasformazioni di età franca, inizia a mostrare un centro insediativo caratterizzato da capanne a livello del suolo connotate dalla presenza di almeno un silos granario interno e da spazi destinati a concentrare altri silos e fosse granarie. Questa nuova conformazione e vocazione economica (ben diversa da quella iniziale, basata sullo sfruttamento minerario e sulla metallurgia), evidenzia il cambiamento in nucleo agricolo forse entrato nel patrimonio familiare di quello stesso soggetto a cui doveva le sue origini. Il villaggio, la cui composizione sociale ci sfugge, potrebbe essere stato gestito a distanza dal maggior proprietario. E’ sintomatica in tal senso la dislocazione della grande zona di stoccaggio; si pone infatti nelle immediate vicinanze degli spazi sui quali si sono succedute le tre chiese in legno e non è quindi da escludere che un eventuale forma di controllo della produzione agricola e la custodia di scorte fosse effettuata attraverso il prete officiante, le cui forme di scelta sono ben note (un proprio servo emancipato, un figlio, in altri casi l’autore di donazioni o della stessa fondazione).
L’insediamento, forse privo di difese, si componeva di capanne rettangolari e circolari disposte sia sull’area sommitale sia sui versanti; era sviluppato in continuità, sinchè una serie di rimarchevoli operazioni di riorganizzazione modificò la morfologia del rilievo e l’urbanistica del villaggio, dividendolo in due zone con diverse destinazioni.

Nei decenni intorno alla metà del IX secolo, infatti, negli spazi di sommità venne dato avvio ad un’imponente opera di escavazione della roccia, realizzando due profondi fossati ad est ed ovest, quest’ultimo largo circa 7 m e profondo 5 m, ed innalzando un’estesa palizzata in alcuni punti doppia: la deduzione di una zona che si distingueva come complesso delimitato da elementi di fortificazione e con propria organizzazione interna.
Inoltre fu intrapresa una sistematica regolarizzazione dell’intera collina, che delineò marcatamente una serie di terrazzamenti allungati, le cui tracce sono visibili su entrambi i versanti, dove continuavano ad essere costruite capanne abitative.
 
Ci troviamo di fronte ad un intervento molto “pesante”, se non radicale, destinato a costituire un villaggio articolato piramidalmente, la cui articolazione sembra materializzare il rapporto che il signore o la famiglia leader detiene con I contadini. In altre parole: nella sommità fortificata gli spazi del potere e dell’accumulo di surplus (si protegge il capitale materiale); nei versanti terrazzati cinti dalla seconda palizzata le abitazioni dei contadini dipendenti a vario titolo se non servi (si protegge il capitale umano; ovvero i mezzi di produzione); all’esterno i contadini liberi o affittuari di terreno, oppure piccoli proprietari oppure famiglie legate da rapporti di ordine variegato con la famiglia egemone.
Il proseguio dello scavo ci mostrerà se questo modello sia o meno valido. Il dato certo è comunque che, questo insieme di operazioni, crearone un totale stravolgimento della topografia della collina e richiesero un’enorme quantità di lavoro e di persone impiegate. I due fossati presentano le medesime dimensioni, pari a 35 m di lunghezza x 7 m di larghezza, con una profondità media poco superiore ai 5 m. L’escavazione di quello est fu probabilmente facilitata dalla sua collocazione, in quanto venne fatto cadere ai piedi del versante collinare. Il fossato ovest, intagliato nella metà circa del pianoro sommitale, richiese probabilmente l’asportazione di circa 1.225 mc di roccia. Pur non sapendo con quali e quanti attrezzi venne realizzato il lavoro, disponiamo di una piccozza in ferro, molto pesante (1,400 kg), smarrita nel corso delle operazioni di scasso.
La possente palizzata che circoscriveva la nuova area sommitale aveva pianta quandrangolare con angoli stondati, seguiva l’andamento delle isoipse più esterne e fu oggetto di ripetute opere di manutenzione durante il secolo circa nel quale rimase in uso. Gli spazi meridionali hanno permesso di osservare i suoi elementi costitutivi, per la presenza di resti di palo carbonizzati e degli elementi di “compattamento” impiegati nella fortificazione: tronchi di olmo, assemblati attraverso intelaiature realizzate in rami di frassino, rivestiti poi da elevati in terra intonacati anche con lo scopo di isolare dall’umidità. Fu alloggiata sul versante roccioso scavando buche in serie e talvolta all'interno di una fossa profonda circa 50 cm; dopo l'impianto dei pali la fossa fu riempita da uno strato di terra e pietrisco derivante dal taglio della roccia, con uno spessore di circa 60 cm. Anche la costruzione della seconda palizzate, che è stata sinora individuata parzialmente, richiese un pesante lavoro di spianamento della roccia in questo punto del versante; gli spazi in corso di scavo mostrano l’asportazione di almeno 2 m di roccia e la sua spianatura per ottenere un ampio terrazzamento.
Dunque un progetto per la cui messa in opera, più che la qualità delle realizzazioni, seppur esistente, è forse la sua organicità e scala dimensionale a fornire indicazioni su chi di fatto eseguì i necessari lavori.
Innanzitutto la decisione di scavare i due imponenti fossati. Le analisi geoarcheologiche hanno mostrato che per scegliere i punti di fatturazione, venne individuata la faglia tra la roccia calcarea in posto e il detrito; le pareti confermano infatti un intervento rivolto esclusivamente sul detrito, meno compatto del calcare, quindi più facile da scavare. Ciò significa che nella scelta di come operare, ovvero come intervenire sulla roccia e con quale tecnica, dovettero intervenire persone dotate di cognizione di causa. Quindi, a meno che tale conoscenza non rientrasse in quei “saperi empirici” del contadino più volte citati per spiegare le architetture rurali altomedievali, credo si possa pensare alla presenza di personale specializzato. In tale direzione potrebbe leggersi anche la presenza dell’unico strumento fra quelli utilizzati che è stato restituito dallo scavo: la pesante piccozza in ferro molto simile, per forma e dimensioni, agli attrezzi noti per i cavatori. Credo comunque che gran parte del lavoro fisico sia stato svolto anche dalla popolazione del villaggio, nell’ambito delle opere e prestazioni dovute alla famiglia dominante.
In secondo luogo la palizzata che seguì i fossati, o che fu innalzata contemporaneamente, fu un’opera anch’essa impegnativa e tale da richiedere un numero consistente di persone; si dovettero tagliare alberi e lavorare i grandi pali, approssimativamente in numero di 160 circa; vennero scavate le buche per alloggiarli sulla cresta dei versanti derivati dall’escavazione dei fossati; furono raccolti grande masse di arbusti di frassino per realizzare uno scheletro di graticci così ampio da rivestire un elevato a chiudere 400 mq circa di superficie; infine vi venne pressata terra impastata con acqua. La quantità di lavoro non era indifferente ma le capacità tecniche richieste, in questo caso, non erano estranee alla stessa popolazione del villaggio che, ancora, vedo impegnata in opere e prestazioni dovute. Lo stesso discorso vale per la costruzione della casa principale difesa dalla palizzata. Seppur di maggiori dimensioni delle capanne “popolari” e seppur dotata di due piani, poteva essere stata edificata con le stesse modalità. Nel complesso, quindi, vista anche la sistematicità dei lavori svolti, nonchè la sua organicità, sono maggiormente propenso a pensare all’opera di contadini che probabilmente fungevano da massa lavorativa inserita nel gruppo dei lavoranti ingaggiati.
 
Le organiche modifiche attuate evidenziano una progettualità della famiglia dominante proiettata sull’intero insediamento; pare trattarsi di un’impresa signorile che individua il centro di Miranduolo come probabile sede di una curtis, sceglie la parte più innalzata come spazi centrali e con carattere “dirigenziale, in altre parole l’area dominica, mentre il resto del villaggio viene a rappresentare il massaricio dell’azienda.
Questo si sviluppava a partire della zona appiattita confinante con il fossato ovest sino ai tre terrazzamenti che definivano l’area meridionale, insediata dall’VIII secolo.
Sinora è stato indagato un ampio settore in coincidenza del versante sud-ovest; lo scavo, ancora in corso, ha mostrato la presenza di sei capanne, la cui collocazione lascia ipotizzare un impianto sistematico di abitazioni in coincidenza dei terrazzamenti.
Si tratta di strutture per lo più rettangolari o quadrangolari, edificate a livello del suolo, estese su una superficie intorno ai 30 mq, sia dotate di focolare sia prive; i perimetrali erano costituiti da pali con diametro compreso tra i 30 ed i 44 cm distanti 70-80 cm l’uno dall’altro, gli elevati da graticci rivestiti di argilla pressata di grosso spessore ed il tetto in materiali deperibili tanto a doppia falda quanto ad un unico spiovente.
In due casi si sono riconosciute pareti divisorie in legno e tagli dalla profondità esigua, probabilmente ambienti per la conserva di derrate.

L’area sommitale invece è stata scavata ad oggi per il 90% circa.
All’interno degli spazi difesi, trovavano posto un’abitazione di maggiori dimensioni (occupata dalla famiglia dominante o da un actor), una seconda abitazione più ridotta nella quale si svolgevano anche la lavorazione dell’osso e del corno, un terzo edificio abitativo di pianta circolare; inoltre due edifici con funzione di magazzino erano posti in coincidenza del terrazzo ancora chiuso dalla palizzata.
All’esterno, sul secondo terrazzamento nord, era stata invece impiantata un’area per lavorazione e stoccaggio di prodotti agricoli.

La famiglia dominante poteva pretendere dai contadini opere e prestazioni, evidenze delle quali sono sinora la realizzazione dei fossati e della palizzata se non anche la regolarizzazione dei terrazzi.
Inoltre effettuava prelievi sulla produzione agricola, accumulando scorte in edifici posti su una zona appositamente destinata e la cui scelta non fu casuale: erano infatti dislocati sul versante nord della collina, nel luogo più riparato, lungo due terrazzi sovrapposti scavati entrambi nella roccia.
 
Nello specifico, Miranduolo nei decenni intorno alla metà del IX secolo era un villaggio di grandi dimensioni, articolato in una sommità circondata da versanti terrazzati in successione continua e in gran parte fortificato; sia la sommità che i versanti venivano infatti protetti da due diverse palizzate. Inoltre, al di fuori della seconda palizzata l’abitato doveva raggiungere i bordi delle aree pianeggianti coltivate; qui numerose trincee esplorative preventive hanno fornito indizi significativi e nel corso del 2010 lo scavo ha iniziato a dare conferme; al momento si lascia ipotizzare un potenziale demografico di grande rilevo, tra 300-400 abitanti complessivi. La trasformazione dell’insediamento di VIII secolo, che ho descritto in precedenza, interessò l’intera collina tranne che la superficie ospitante la chiesa, la quale continuò a ricevere questa destinazione. Il cambiamento e la presenza di un potere che procede all’estesa riprogettazione dell’abitato si osserva in un totale ribaltamento della sua urbanistica e della funzionalità dei diversi spazi. Inoltre, proprio l’espansione nei versanti più bassi, esterni alla seconda palizzata (qui i materiali ceramici sono costantemente ascrivibili tra IX e X secolo), lascia intendere una spiccata capacità di coinvogliare nel villaggio maggior popolazione ed al tempo stesso lo sforzo di mettere a coltura estensivamente l’intero distretto agricolo.
La sommità rappresentava ora la zona del potere, per la quale si rinforzarono le fortificazioni attraverso un’imponente opera di escavazione della roccia, realizzando due profondi fossati ad est ed ovest. Si dedusse in pratica un complesso distinto dal resto dell’insediamento, su esso dominante ad ogni livello, dalla disponibilità di derrate, attrezzi ed animali; dall’alimentazione alla cultura materiale delle abitazioni. Anche la sua organizzazione interna era peculiare e connotata dall’estesa presenza di edifici per trattare e immagazzinare derrate agricole, attività artigianali e una residenza deputata al dominus oppure più probabilmente a un suo agente.
La presenza della seconda palizzata e di ulteriori spazi insediati al suo esterno lascia ipotizzare, per ora solo in via preliminare, una possible suddivisione in casa dominica (la sommità protetta), contadini che fanno parte del dominico (i versanti alti e terrazzati protetti anch’essi), il massaricio (i versanti più bassi e terrazzati all’esterno della seconda palizzata ed a contatto diretto con i campi).
Con la seconda metà del X secolo l’area sommitale subì una nuova fase edilizia; la palizzata fu sostituita da un muro di cinta in materiali misti che ne ripercorreva quasi fedelmente l’andamento; su uno zoccolo in pietra venne innalzato un elevato in terra pressata, mista a pali e pietrisco. Si tratta del castello attestato da fonti scritte dell’anno 1004 e non ci furono stravolgimenti nell’articolazione urbanistica della collina, tantochè il confine materiale fra villaggio curtense e castello appena si evince; continuava a detenere una forte impronta di centro deputato alla gestione della ricchezza, cioè della produzione agricola.